VLADIVOSTOK

Nel 2010 Luca Bertolo, Chiara Camoni, Ettore Favini, Maddalena Fragnito, Linda Fregni Nagler, Alessandro Nassiri Tabibzadeh e Antonio Rovaldi hanno sentito l’esigenza di scrivere un documento che potesse riassumere la situazione dell’Arte Contemporanea italiana e che, di conseguenza, suggerisse alcune possibili linee di cambiamento. Il risultato finale di questa riflessione è una serie di contratti che possano servire per regolamentare e seguire il lavoro degli artisti. I contratti in questione hanno origine da un’esperienza di successo realizzata in Germania: una modulistica contenente una serie di linee guida che aiutino a siglare accordi privati con gallerie, musei, fondazioni, associazioni e collezionisti.
Il lavoro di adeguamento al nostro sistema dei modelli di contratto tedeschi oltre che la nuova definizione di buona parte di essi è stato realizzato dalla Prof.ssa Alessandra Donati (Università Milano-Bicocca) e dal Prof. Gianmaria Ajani (Università di Torino) e la sua fruizione è stata resa disponibile gratuitamente per gli artisti italiani.

Nicola Nunziata ha incontrato Alessandro Nassiri Tabibzadeh e Maddalena Fragnito per parlarne in vista del prossimo incontro delle Sottobosco Poetry Lectures: il 31 maggio dalle 18:00 Vladivostok incontrerà il pubblico negli spazi di Sottobosco in via Buccari, 1 a Venezia per raccontare la propria esperienza e distribuire i modelli di contratto.


Nicola Nunziata: Dal paradigmatico Artist’s Contract del 1971 di Seth Siegelaub e Bob Projansky, dal quale banalmente non potremmo non iniziare a parlare, la struttura e la forma contrattuale sono entrate radicalmente nella pratica di certi artisti: introducendo un’estetica della forma-contratto molto lontana per finalità e risultati dall’Artist’s Contract e che lascia in sospeso un discorso ontologico sul contratto come strumento per trasformare e organizzare i rapporti all’interno della pratica artistica operando una trasformazione sociale. I contratti che avete redatto con la collaborazione di Alessandra Donati e Gianmaria Ajani, sono di nuovo dei contratti e non dei lavori d’artista, che voi proponete appunto come strumento per guidare una buona pratica. La vostra ricerca mi sembra guidata da una reale necessità e ambisce a ricongiungersi con la pratica di ogni artista. Come fare?

Alessandro Nassiri Tabibzadeh:Se lo sapessi, sarebbe tutto già stato fatto. Spesso gli artisti hanno sentito la necessità di scrivere dei documenti che tutelassero il loro lavoro: il caso dell’ Artist’s contract del 1971 è solo uno dei casi più noti. Legare un’opera d’arte ad un contratto è un tentativo sempre difficile perché la trasformazione è proprio il terreno su cui si muove l’artista.
Io credo che troppo spesso gli artisti, a meno che non producano opere di alto valore economico, non si sono occupati di difendere il proprio lavoro. Si è spesso concentrati sul lato poetico, e si mette in secondo piano l’aspetto che riguarda la figura di artista quale lavoratore del mondo dell’arte. Ogni tipo di prestazione professionale prevede forme di tutela, preventivi, contratti, ma se a chiederlo è un artista si grida allo scandalo. Ci sono state mosse delle forti critiche a riguardo: chiudere l’arte in un contratto vuol dire farla morire, ci è stato detto. Il problema non riguarda tanto l’arte come categoria estetica, quanto l’artista inteso come lavoratore. Nel mondo dell’arte è tutto troppo basato sulla stretta di mano. Da un lato concettuale la fiducia è un aspetto fondamentale, senza non ci sarebbe arte, ma sul piano più concreto è molto pericolosa per gli artisti, ma anche per gli altri attori del sistema. Il gruppo Vladivostok nasce solo con l’intento di suggerire uno strumento per uscire dalla situazione di poca chiarezza che spesso circonda il lavoro degli artisti. I contratti sono stati scritti da Alessandra Donati e Gianmaria Ajani con la nostra collaborazione. Durante gli incontri con i due giuristi ci siamo accorti che mentre la realtà dell’arte italiana ci racconta di una mancanza assoluta di rapporti regolamentati, al contrario il sistema giuridico italiano è tra i più attenti alla difesa della figura dell’artista.


NN: Passando proprio per il mondo del lavoro si scopre un lato oscuro dello strumento contratto, cosa che ne ha inevitabilmente modificato l’immagine sociale. Uno strumento che idealmente dovrebbe potenziare una relazione diventa il documento che ne attesta le disuguaglianze. Nella ricerca artistica, la discontinuità, l’incoerenza, la contraddizione e la trasformazione, nelle loro accezioni positive, sono dei valori. Spesso però si fa confusione tra pratica artistica e arte in pratica (mostre, editori, collezionisti, grafici, trasportatori, muratori, etc.) immaginando il percorso di un’opera, dalla mostra alla collezione, come l’equivalente di un percorso di ricerca. Un fraintendimento totale: come quando qualcuno vi dice che chiudere l’arte in un contratto vuol dire farla morire. Con questi presupposti, proponendo contratti da firmare si può risultare, nella migliore delle ipotesi come assassini dell’arte, essere isolati nella peggiore. Questo suggerisce anche l’idea del contratto come termometro per la buona fede e la professionalità però. L’uso, credo sia l’esito imprescindibile della vostra ricerca e può fare emergere molti aspetti interessanti della questione.

Maddalena Fragnito: Le difficoltà che si riscontrano nell’utilizzo di un contratto, tra i soggetti che compongono in diversa misura ciò che definiamo sistema dell’arte, sono prevalentemente di due tipi, uno di natura ideologica, l’altro di interesse economico. Quando parlo di una difficoltà di natura ideologica mi riferisco a quel tipo di visione molto comune, soprattutto tra gli artisti, che vede nell’utilizzo di un patto tra le parti un attacco spietato alla libertà del fare arte. A questa visione rispondo pensando che se un artista cade dalla scala mentre installa il suo lavoro in galleria, nessuno gli ha impedito di creare in piena libertà quel lavoro, come anche se non sa a chi è stato venduto o a quanto. Poi mi interrogo sul concetto di libertà. Credo sia importante di nuovo sottolineare il fatto che l’artista è un lavoratore, come gli altri o diverso dagli altri ma, in quanto tale, qualsiasi privazione dei suoi diritti fondamentali è di fatto una limitazione alle sue libertà, anche espressive. Per interesse economico invece intendo tutto il meccanismo, messo in atto prevalentemente da chi sta ”al di là” del singolo artista, che si nutre di questa fumosità per non garantire una trasparenza nei rapporti economici che consentirebbe ad entrambe le parti un processo di lavoro più chiaro e professionale. Il sistema dell’arte ha cavalcato per anni quest’ambiguità e il risultato è sotto gli occhi di tutti, a fronte di grossissimi investimenti che restano nelle mani di pochi, un’infinità di artisti più o meno giovani lavorano pressoché gratuitamente per essere citati nelle migliori riviste, esposti nelle fiere più frequentate o nei musei più noti. Inutile dire che la trasversalità di appartenenze del mondo dell’arte si assottiglia sempre di più a fronte delle difficoltà reali nel portare avanti la propria ricerca e la propria vita, insieme. Personalmente ho firmato contratti dignitosi - a proposito di armi a doppio taglio - solo nelle occasioni in cui mi è capitato di lavorare fuori dall’Italia e dai circuiti galleristici, ovvero con associazioni e progetti europei.


NN: Certo è che quella tendenza a leggere, con una certa perversione secondo me, un patto tra le parti come deleterio per la pratica artistica, deve inevitabilmente confrontarsi con la necessità incalzante di strumenti per la definizione dei rapporti con gli artisti e con le opere. Sopratutto nel momento in cui non esprime alternative d’azione specifiche ma solo una vaga obiezione. La questione economica inoltre, nel caso degli artisti, non è da porsi sulla dicotomia vendere/mai vendere, né tanto meno sul vendere produrre mobilitare esporre solamente, per chi sta dall’altra parte. Poi, anche ammettendo che chi sta dall’altra parte sia null’altro che un imprenditore, un commerciante, resterebbe comunque il problema per la categoria del come fare impresa, con quali attitudini e con quale etica visto che quello che muove denaro alla fine è il lavoro di un autore, singolo o gruppo che sia. Credo che il problema comune a tutti sia il modo, il come. Il lavoro che avete svolto come Vladivostok, un gruppo interdisciplinare formato da artisti e giuristi non mi sembra affatto nemico alla pratica artistica e non è nemmeno una class action nei confronti di galleristi, curatori, musei etc. è anzi la prima fase nella creazione di uno strumento che possa finalmente tenere le due cose insieme con chiarezza.

ANT: Siamo partiti dal constatare una situazione che non credo sia più sopportabile da parte degli autori. Non uso la parola artista perché dietro questa c’è troppo romanticismo. Uso la parola autore proprio come dici tu: quello che fa muovere denaro è il prodotto di un autore, anche se spesso è quello che non percepisce un compenso per il proprio lavoro. Se ci fai caso nelle mostre (quelle con budget) è prevista una voce per il catalogo, una per l’allestimento, una per l’ufficio stampa, una per il catering, ma quasi mai c’è una voce di previsione di spesa gli autori del contenuto della mostra: gli artisti. Solo in alcuni casi è previsto un budget per la produzione di un nuovo progetto, senza che venga calcolata la progettazione. Questo è anche colpa degli artisti che non chiedono mai niente. In Europa, negli Stati Uniti e in altri paesi in giro per il mondo, c’è ora molta discussione su questo tema. Il lavoro con Alessandra Donati ci ha fatto capire alcune piccole ovvietà, che valgono da tutte le parti tranne che nel mondo dell’arte. Il contratto di esclusiva ad esempio, in tutti gli ambienti di lavoro è un patto tra due parti, entrambi con doveri e penali in caso di non rispetto degli accordi. Gli artisti spesso firmano contratti che li vincolano a rappresentati (venditori, gallerie etc etc…) senza che a loro sia garantito quasi niente. Per farci capire, se io pretendo di vendere le camicie di una certa marca e pretendo di averle in esclusiva per il mio territorio, devo garantire al produttore di camicie un acquisto minimo di pezzi. L’artista invece firma senza chiedere un minimo garantito. Può solo vendere attraverso quella galleria, che però non è obbligata ad acquistare un numero minimo di opere dall’artista. Se per caso non venderà niente o deciderà di non esporre più l’artista in mostre o fiere, quello non potrà trovarsi una nuova galleria o rappresentante fino alla scadenza del contratto. Questo è inimmaginabile nell’economia reale. Il mondo dell’arte è spesso accusato di essere elitario, ecco in poche parole il nostro tentativo è quello di avvicinare il mondo dell’arte al mondo reale, quello in cui è una normalità firmare contratti (di lavoro, di vendita etc etc…) di accordi commerciali (non bisogna aver paura ad usare questo termine), un mondo animato da persone in carne ed ossa, quello che frequentiamo tutti noi tutti i giorni.


NN: Come avete lavorato?

ANT:
Tutto è iniziato nel 2010, quando abbiamo scoperto una serie di contratti tedeschi per artisti. Ce li siamo fatti mandare e li abbiamo tradotti. Poi siamo venuti in contatto con i giuristi Alessandra Donati e Gianmaria Ajani, che hanno sposato il progetto. Grazie a loro sono nati i contratti italiani, che sono completamente diversi da quelli tedeschi, sia per la diversa legislazione, ma soprattutto per il diverso approccio culturale che caratterizza i due paesi. Alessandra Donati in particolare, si è dedicata mesi alla scrittura dei contratti. Ogni tanto ci convocava per chiarimenti e per cercare di capire come coniugare il diritto e la pratica. Il risultato finale di questo lavoro sono appunto i contratti che Alessandra ha deciso di “regalare” agli artisti. (licenza creative commons Attribuzione - Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-ND 3.0)).


NN:
I contratti che avete realizzato sono disponibili gratuitamente ma non sono scaricabili direttamente dal vostro sito, perchè questa scelta e come si fa per averli?

ANT:
Gli artisti, per avere i contratti, devono semplicemente mandare una mail a contratti@avladivostok.org. Abbiamo deciso di non mettere un link diretto per il download perchè non avremmo avuto la visione di quanti e chi avrebbe scaricato i contratti. Per noi è importante stabilire un contatto con chi è interessato: questo per poter inviare gli aggiornamenti e sopratutto per avere dei feedback. Senza l’aiuto degli altri artisti il progetto rimarrà solo ad un livello embrionale, creando una rete di artisti, invece, si può sperare di modificare qualcosa davvero, per questo motivo noi siamo molto interessati ad allargare il gruppo, magari con dei referenti locali. Aver scritto i contratti è stato importantissimo, ma senza la creazione di una coscienza comune degli artisti non si può andare da nessuna parte. Fino a che ognuno ragionerà solo pensando al proprio piccolo orticello non succederà nulla, se invece gli artisti inizieranno a sentirsi parte di una comunità vorrà dire che non avremmo lavorato per nulla. Non penso ad un sindacato, ma forse sentirsi meno soli in alcuni momenti non fa certo male.

www.avladivostok.org

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