Una conversazione tra Martina Grifoni e Nicola Nunziata
Martina Grifoni: Com’è nato il vostro spazio? Quali motivi vi hanno portato ad aprirlo?
Nicola Nunziata: Sottobosco è nato per una casualità o meglio per una coincidenza, all’università per un esame era richiesta la costruzione di un sito. All’inizio era un concept, un’idea, un tentativo. Nel dicembre 2008 usciva Sottobosco | An art platform, archivio italiano per artisti e curatori indipendenti, così spiegava il sottotitolo. C’ero solo io dietro che invitavo gli artisti e i curatori giovani che conoscevo a condividere i loro materiali. A Venezia c’era e c’è ancora una scena ricca di sperimentazione, di approcci molto consapevoli e interessanti. Sarà la protezione dalle scene più trendy delle città dell’arte italiana, la laguna, l’inverno umido, gli incontri che si fanno nelle università e in città, non saprei, fatto sta che qui c’è gente appartata che lavora seriamente. Dopo qualche mese incontravo altre persone che volevano interessarsi al progetto in modo diretto, con lo scopo di ampliarlo e di potenziarlo: diventammo un collettivo, così alla parte di archivio si aggiunse una parte più critica, di azioni, produzioni e lavoro context specific per farla breve. Il gruppo che si è andato formando ha incrociato diverse persone e organizzazioni non profit durante questi anni ed è ancora adesso lo stesso (Io, Eugenia Delfini, Fausto Falchi, Tiziano Manna e Pasquale Nunziata) è un gruppo eterogeneo, ci sono due artisti, un antropologo, una curatrice e critica e un esperto di comunicazione visiva.
MG: Qual è il rapporto tra il vostro spazio e le istituzioni per l’arte contemporanea?
NN: Parlare di rapporto è molto utopico, qui da noi le Istituzioni sono le istituzioni e le organizzazioni non profit sono le “associazioni”. Non è un problema di chi dirige le istituzioni o di chi le organizzazioni non profit, è un problema anche giuridico, di formati.Il settore del non profit in ambito artistico galleggia nella categoria generica del volontariato civico, dico galleggia perchè non è né una polisportiva né un museo, né un’associazione dilettantistica né una galleria privata. Un’organizzazione che ha redatto uno statuto, ha un consiglio direttivo, una contabilità e degli aderenti, questo le conferisce natura istituzionale, che non è una brutta parola. Noi collaboriamo con chiunque ci proponga qualcosa di stimolante e importante per la nostra crescita e quella del contesto in cui si va ad agire e abbiamo scoperto che questo può capitare indifferentemente con cittadini, artisti, istituzioni, università o pubbliche amministrazioni.
MG: Con quale fondi siete riusciti ad aprirlo?
NN: Per ristrutturare lo spazio e per alcuni progetti specifici attiviamo processi di crowdfunding utilizzando piattaforme web dedicate. Per la gestione e altre produzioni collaboriamo allo sviluppo dei progetti di altri enti, organizzazioni non profit o amministrazioni pubbliche e investiamo i ricavati nei progetti che intendiamo sviluppare come Sottobosco e nella gestione dello spazio.
MG: Qual è la poetica che lo caratterizza?
NN: Poetica nel lavoro di gruppo è una parola antipatica.
MG: C’è un collegamento tra questo spazio e il tuo lavoro d’artista? La gestione dello spazio interferisce con il tuo lavoro di artista o lo esalta e completa?
NN: Se intendi un collegamento univoco, non credo, o almeno io non lo vedo. C’è un collegamento però con un’idea di responsabilità della propria opera e del proprio tempo, per questo riuscire a stare con gli altri, che non siano solo artisti, critici, curatori o galleristi , è importante: ti fa capire cosa stiamo facendo a livello generazionale, collettivo, con i musicisti, con i registi, con gli attivisti. In continuità con certe cose e in contrasto con altre, inevitabilmente. Ti fa vedere gli altri artisti come dei compagni di viaggio per esempio, e non necessariamente come dei competitor. Ti insegna quanto possa essere difficile lavorare in contesti non assoggettati alla produzione artistica perchè hanno altre necessità, altri problemi. Se riesci a comprendere davvero certe esperienze, il tuo lavoro di ricerca personale cresce con te.
MG: Come ha influito l’apertura/gestione di questo spazio con la tua/vostra pratica artistica?
NN: Ha portato via tanto tempo alle idiosincrasie.
MG: Quali sono le modalità con cui selezioni gli artisti che inviti ad esporre nel tuo spazio? E che tipo di supporto puoi offrirgli oltre a quello dello spazio espositivo?
NN: Queste scelte le facciamo insieme con gli altri, non ci sono delle regole e purtroppo nemmeno dei fondi stabili. Ci piace molto lavorare con artisti disponibili a forme di scambio piuttosto che a forme di adozione diretta. Pochi giorni fa un mio amico mi ha mandato questa vignetta: si vede un ragazzo con gli occhiali seduto sul divano davanti alla televisione poi una signora in procinto di uscire a pochi metri da lui che, alzando la testa verso la scala che porta su, urla: “Non dimenticarti di dare da mangiare all’artista in residenza!”.
MG: Puoi considerare il tuo spazio come tuo luogo espositivo ideale?
NN: I luoghi espositivi ideali non esistono, esistono luoghi ideali per certi lavori e lavori ideali per certi luoghi.
MG: Chi sono i frequentatori di questo luogo e chi vorresti lo frequentasse?
NN: Tutti e nessuno.
MG: Come vedi la sua evoluzione nel tempo? Pensi che il tuo spazio potrebbe trasformarsi in futuro in una galleria commerciale?
NN: In una galleria commerciale non proprio, in qualcosa che garantisce trasparenza, contratti e percentuali diverse agli artisti, potrebbe. Poi però ci sarebbe da convincere i collezionisti a mangiare biologico.
MG: Non pensi che aprire uno spazio sia anche un modo strategico per farsi conoscere come artista e far crescere l’attenzione intorno al tuo lavoro?
NN: E’ una domanda lecita. Nel mio caso, sono molte di più le persone che mi associano a Sottobosco che quelle che conoscono il mio lavoro come artista. Io ho sempre voluto tenere le cose separate, è una necessità per me più che una strategia. Questo è anche uno dei motivi per cui all’interno di Sottobosco sono una risorsa umana a disposizione più che un artista che vuole spazio. Ho visto poi artisti aprire spazi solo per farsi conoscere e far crescere l’attenzione su di loro, per me è imbarazzante, ma ho anche visto che a qualcuno è andata bene.
MG: Che opinione hai in merito al fenomeno dell’apertura di spazi gestiti da artisti che sta prendendo piede negli ultimi anni?
NN: Più che un fenomeno, questa è una tradizione. Gli artisti lo hanno sempre fatto, ed è importante per l’evoluzione dei linguaggi. Personalmente, a volte ho vissuto situazioni molto libere da tanti compromessi, dal controllo dei contenuti alle questioni di mercato, dove la priorità è produrre ed esporre, perché i lavori, alla fine di tutto, si provano con la “pubblicazione”. Altre volte, ho trovato delle situazioni molto povere e rinchiuse intorno ad un gruppetto di amici. Non ho in sostanza una opinione a priori sul “fenomeno”, cerco sempre di esserci e di farmi un’idea.